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Le istituzioni hanno fallito. Gli orti scolastici del guerriero dell’acqua.

E’ stato il più noto protagonista – detesta la parola “leader” – della prima grande rivolta del secondo millennio. Fu chiamata la Guerra dell’Acqua perché la gente di Cochabamba sconfisse il potere politico, militare e finanziario e cacciò dalla città boliviana la multinazionale che s’era impadronita della fonte della vita. La lotta di Oscar Olivera ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in ogni angolo del pianeta ma lui si è sempre tenuto lontano da incarichi e poteri istituzionali. Non dalla politica, che è un’altra cosa, “la capacità della gente di cambiare la realtà in maniera collettiva”. Non credo nella politica dei partiti e non sono mai stato un militante, dice. Nessuna delega allo Stato, i cambiamenti arrivano dal basso. E molto in basso ci stanno i bambini. Per questo, in alcune piccole scuole rurali, Oscar si occupa di orti didattici per il consumo familiare e comunitario. E’ anche un modo per immaginare come far fronte sul serio ai devastanti cambiamenti climatici. Con i bambini, i genitori, gli insegnanti, le mamme. Per 40 anni è stato un operaio metallurgico, adesso è tornato un ortolano.

Oscar Olivera è ricordato soprattutto per essere stato uno dei dirigenti sociali che nel Duemila hanno guidato la cosiddetta “guerra dell’acqua” nella città di Cochabamba. Quasi 15 anni dopo, non cessa di precisare ciò che, a suo avviso, è stato l’essenziale di quella mobilitazione: “Da una parte siamo riusciti a recuperare l’acqua come bene comune; dall’altra abbiamo ottenuto la rottura di un modello economico di completo saccheggio. Anche sul piano politico, però, si ruppe il monopolio delle decisioni prese dai partiti e dalle coalizioni”.

La mobilitazione sociale di Cochabamba, afferma, è stato il “parto” dell’attuale processo di cambiamento. Olivera, però, chiarisce subito la sua posizione critica nei confronti della Bolivia di oggi: “Nel 2000 abbiamo vinto, ma questo governo (quello di Evo Morales, ndt) ci ha espropriato di nuovo la capacità di decidere, i partiti hanno occupato un’altra volta lo spazio di decisione che era la società in movimento. Abbiamo vinto ma nello stesso tempo abbiamo anche perso. Oggi ci tocca rimetterci in piedi e recuperare la politica, l’economia”.

Oggi, dice con enfasi, Oscar Olivera continua a occuparsi di politica, ma di una politica intesa “come la possibilità di intervenire e di non concedere al potere dello Stato la possibilità di cambiare le cose per nostro conto; non credo nella politica dei partiti, non sono mai stato un militante; per me la politica è la capacità che ha la gente di cambiare le cose in maniera collettiva”.

Per questa ragione – racconta – lavora “in alcune piccole scuole rurali di Cochabamba, con i bambini, i genitori, gli insegnanti, le mamme, per la comunità. Sono tornato un ortolano; per 40 anni sono stato un metalmeccanico, un operaio metallurgico, e adesso sono tornato un ortolano, quasi quattro anni lavoro nelle scuole per creare orti didattici e familiari.

In questa attività, spiega, faccio però provo a fare quello che ho sempre fatto: creare “spazi di incontro tra la gente” per generare cambiamenti sociali. “Non appartengo ad alcun sindacato, né partito, né ente civico perché credo che tutta questa istituzionalità abbia fallito. Credo che sia necessario crearne una nuova, molto dal basso. E molto in basso ci sono i bambini. Dal basso e da fuori, non ho creduto né voglio far politica dall’alto e da dentro quella istituzionalità”.

Il lavoro attuale di Oscar ha un aspetto recondito economico e sociale: la sicurezza alimentare pensata a partire dalle comunità, in vista degli anni duri che arrivano a causa dei cambiamenti climatici. “Il cambiamento del clima non è qualcosa che si possa bloccare, è qualcosa che viene, che è presente, però dobbiamo creare forme di “blocco”, per questo dobbiamo conoscere dei modelli di sviluppo comunitari. Cerchiamo di capire come possiamo affrontare i cambiamenti del clima dagli orti, nel modo più concreto, con la gente”.

Olivera racconta che si sta lavorando sulle sementi per far sì che siano più resistenti alla mancanza di acqua e all’eccessivo calore, che a suo avviso colpiranno regioni come quella di Cochabamba. Pensa sia sempre più indispensabile promuovere l’autonomia sociale: “Il solo modo di cambiare la nostra vita è l’azione collettiva e in forma autonoma. Dobbiamo creare spazi dove non dipendiamo da niente, dove non dobbiamo stendere la mano per chiedere nulla ma fare da soli, con la nostra fatica”.

Fonte: La Razon

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