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La Sicilia punta sui grani antichi contro le speculazioni delle multinazionali

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La Sicilia e la Confederazione Italiana degli Agricoltori (CIA) puntano sui grani antichi dell’Isola. Sono le varietà di grano che, a partire dagli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, sono state sostituite da cultivar più produttive e dal più alto contenuto di proteine. Ma quello che negli anni passati veniva considerato un traguardo positivo, che alla fine privilegiava la quantità, oggi viene invece messo in discussione. Perché oggi quello che conta è la qualità, che significa tutela della biodiversità con il recupero delle vecchie varietà di grano. Non un semplice sguardo rivolto al passato, ma grani con i quali si ottengono prodotti che eliminano alla base intolleranze ed allergie, tutelando la salute dei cittadini.

Dei grani antichi della Sicilia da recuperare e riproporre si è parlato ieri a Blufi, piccolo centro delle Madonie, in provincia di Palermo. L’occasione per presentare il comitato costituente dell’Associazione produttori Grani antichi di Sicilia. Un’iniziativa ambiziosa, che si propone di valorizzare la biodiversità, frutto della selezione effettuata dai contadini della Sicilia in migliaia di anni di storia dell’agricoltura. Tema attuale, che fa parte del progetto nazionale sulle ‘bioresistenze’ per la salvaguardia ambientale e la tutela del territorio, del paesaggio e della già citata biodiversità.

Quando si parla di grani antichi, in Sicilia, si fa riferimento, ad esempio, a cultivar quali Russello, Perciasacchi, Nero delle Madonie, Timilia (o Tumminia) e Senatore Cappelli. Questioni tecniche, certo. Che, in molti casi, sono diventate patrimonio di tanti siciliani che, pur vivendo nelle città, lontano dai campi di grano, hanno imparato a conoscere alcuni prodotti ormai entrati nell’immaginario comune: è il caso del Pane nero di Castelvetrano e, in generale, del pane di Tumminia. E sono ormai tanti, nelle grandi e piccole città della Sicilia, i panifici che propongono il pane prodotto con grani antichi (a cominciare, per l’appunto, dal pane di Tumminia).

La coltivazione dei grani autoctoni siciliani è stata via via abbandonata fino a rischiare di scomparire, perché soppiantata prima dalle cultivar più produttive degli anni ’60, ’70 e ’80 e, oggi, dai nuovi grani imposti dalla normativa comunitaria: grani sempre più iperproteici che l’intestino dell’uomo, come dimostrato da diversi studi scientifici, non riesce a digerire dando il via a tutte le intolleranze e le allergie. La CIA, negli ultimi anni, ha creduto fortemente nella rivalutazione di questi grani, lanciando la sfida alle multinazionali delle farine

“La rivalutazione dei grani antichi è fondamentale – ha detto il presidente nazionale Dino Scanavino nel corso della tavola rotonda moderata dal giornalista Salvo Messina – perché sono un elemento di biodiversità e la CIA, da sempre, fa della tutela della biodiversità il fondamento della sua visione dell’agricoltura. Biodiversità, infatti, significa aderenza a un protocollo di sviluppo sostenibile, ma anche affermazione della centralità agricola e dell’agricoltore come imprenditore ‘multiruolo’ e ‘custode’, capace cioè non solo di produrre dai campi, ma anche di preservare l’ambiente, di qualificarlo attraverso l’attività turistica, di costruire sistemi territoriali capaci di rispettare la natura e i prodotti tipici di quell’area. In questo senso, salutiamo con soddisfazione l’approvazione recente in Senato del disegno di legge sulla biodiversità agricola e alimentare e speriamo che si proceda in fretta verso l’approvazione definitiva”.

“Crediamo molto in questo disegno di legge – ha aggiunto il presidente nazionale della CIA – che finalmente definisce un quadro normativo unico, prevedendo misure fondamentali per la difesa e la valorizzazione della biodiversità, come l’istituzione di un’Anagrafe nazionale ad hoc e l’avviamento del Fondo per la tutela della biodiversità a sostegno delle azioni degli agricoltori custodi. D’altra parte l’Italia, con un trentesimo della superficie dell’Unione Europea, detiene il 50% della biodiversità vegetale e il 30% di quella animale del continente europeo. Un patrimonio che va salvaguardato”.

Tema affascinante, la biodiversità. Che diventa centrale per la tutela della salute, là dove si riescono a produrre derrate alimentari che eliminano alla fonte eventuali problemi di salute. Ma queste varietà antiche di grano, nel passato, sono state eliminate perché meno produttive. Che significa questo? Che riproporle oggi significa trovare un mercato disposto a pagare di più questi grani. “Di questo ci rendiamo perfettamente conto – aggiunge Scanavino -. Ma siccome si tratta di prodotti di alta qualità che fanno bene alla salute, i cittadini sono disposti a pagare di più questi prodotti”.

In effetti, da quel poco che si vede in questi ultimi anni, i consumatori sono disposti a pagare di più il pane di Tumminia: se così non fosse non lo ritroveremmo, come già ricordato, in tanti panifici.

“In ogni caso – ci dice Rosa Giovanna Castagna, giovane e dinamica presidente della CIA siciliana – siamo in attesa del riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP) per i grani antichi della Sicilia. L’IGP non potrà che migliorare il rapporto dei grani antichi con il mercato. Insomma, la rivalutazione dei grani antichi è strategica per la nostra terra. Sono un elemento di biodiversità da tutelare. In quest’ottica viene costituita l’Associazione dei grani antichi di Sicilia. La lotta che si fa in campagna è una lotta sociale poiché quando noi lottiamo contro le contraffazioni, quando noi lottiamo contro tutta la malavita organizzata che ruota attorno all’agricoltura non stiamo solo proteggendo l’economia dell’agricoltura, ma stiamo creando le condizioni per un’agricoltura pulita e dignitosa”. fonte

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